Il saggio cerca di giustificare il fenomeno del linguaggio attraverso le intransigenti categorie della filosofia, secondo le quali ogni esperienza chiede di essere vagliata con metodo e oggettività. Questa postura eziologico-ermeneutica apre la strada a differenti “scuole di pensiero”, alcune delle quali però hanno tradito il dato di realtà. La soluzione di Aristotele appare essere divergente da quella di Platone; la prospettiva nominalistica sugli universali tenderebbe a delegittimare quella realista; l’indebito nevroticismo di Nietzsche relativizzerebbe l’approccio tomista, secondo cui l’essere umano è chiamato a comprendere, e non invece a creare, la verità. Il saggio si concentra, oltremodo, sulle quelle derive ideologiche di cui, un linguaggio non onesto, potrebbe facilmente farsi latore. A tal proposito, si è ricorsi al Magistero tradizionale della Chiesa, il quale certamente aiuta a decifrare tutte quelle false teorie che, camuffate da parole apparentemente pacifiche e bonarie, deformano di fatto però le coscienze.